The Poison
commento: Dopo l’EP self – titled del 2004, i Bullet For My Valentine debuttano ufficialmente sulla scena con il primo full – lenght dal titolo “The Poison”. Registrato assieme al produttore Colin Richardson (Fear Factory, Funeral For A Friend) l’album è un mix perfetto di suoni potenti e melodie: in poche parole, il quartetto dal Galles sembra aver metabolizzato al meglio gli stilemi musicali e la lezione impartita dal metalcore di stampo più recente.
Entrando in medias res, l’utilizzo di screams grezzi si fonde con linee vocali pulite: in questo i BFMV si rivelano campioni nell’alternare parti aggressive, con le due chitarre a tappeto e batteria con doppio pedale, a parti pulite, melodiche con voce cristallina. “Tears Don’t Fall” è un ottimo esempio di questa scelta, con un intro melodico, che vira e cambia grazie a giri decisamente pesanti in mezzo: alla fine arriva il coro, con una voce pulita ma su riff “heavy” dall’effetto straniante ma convincente.
Altre caratteristiche dell’album sono proprio l’uso di chitarre a volte distorte, con riff nervosi (vedi la frenesia della leading guitar nell’intro a “Room 409”), a volte invece acustiche e suadenti che stupiscono (in “All The Things I Hate Revolve Around Me” per esempio).
A dare sostegno al tutto e omogeneità al suono dei BFMV, si aggiunge un batterista che sa il fatto suo: ascoltatevi l’intro di “Her Voice Resides” o la title - track .. Da notare anche il modo in cui batteria e chitarre si compattano a creare un muro sonoro d’impatto, tipo in “Suffocating Under Words Of Sorrow (What Can I Do)”, il primo singolo estratto dall’album.
Completano il quadro cori molto “catchy” (vedi sulla canzone “4 Words To Choke Upon”.. look at me now! o in “Hit The Foor” per esempio) e testi oscuri, lunatici, introspettivi (“Will I just fall to pieces?/Or am I all right?/To iron out my creases, you must lacerate me 'til they're gone” da “Her Voice Resides”, per citare un esempio).
A voler trovare una pecca all’album forse, si potrebbe citare un senso di ripetitività nelle canzoni (soprattutto in alcuni passaggi e qualche assolo) e sui 53 minuti finali questo pesa un pò. Ma i buoni giri di chitarra, a volte melodici a volte più “thrashosi”, combinati con spettacolari linee vocali e una batteria che riesce ad aggiungere dinamismo alle canzoni, ci fanno perdonare la forse non assoluta originalità del lavoro.





