Annihilation Of The Wicked
commento: I Nile sono senza ombra di dubbio una di quelle band di cui ci si ricorderà in futuro, e con cui chi vorrà suonare questo tipo di metal non potrà esimersi dal confrontarsi e trarre ispirazione. Sì, perchè allo stato attuale delle cose questi tre americani sono quanto di meglio si possa chiedere al death tecnico e brutale, e se poi aggiungiamo la scelta piuttosto originale di trattare temi legati al lontano mondo degli egizi si capisce subito che i Nile sono diversi da tutti gli altri gruppi che appartengono al filone. Annihilation Of The Wicked esce sul mercato nel 2005 e ripropone il connubio death-Egitto, che ritengo assolutamente vincente, dal momento che la cultura egiziana, oscura e misteriosa, legata ad una schiera di dèi capricciosi, violenti, vendicativi, si sposa perfettamente con la proposta musicale dei Nile.
Il disco viene introdotto dalla splendida e orientaleggiante “Dusk Upon The Temple Of The Serpent On The Mount Of Sunrise”, suonata interamente con un baglama saz , strumento a sette corde tipico egiziano, passando il testimone a “Cast Down The Heretic”, che parte tiratissima come da buona e vecchia tradizione brutal.
Va sottolineato però come i Nile non si accontentino di pestare forte e duro, ma ricerchino anche una certa componente atmosferica: ecco quindi che il baglama saz compare a più riprese nel corso del disco, le chitarre tessono riff dal vago retrogusto mediorientaleggiante e propongono stacchi in stile doom/Obituary, con tempi cadenzati e rallentati, proprio come nel finale di “Cast Down The Heretic”. La successiva “Sacrifice Unto Sebek” ha uno degli attacchi più esaltanti degli ultimi tempi, granitico, solenne, senza necessariamente essere iperveloce. Non mi dilungo nella descrizione di tutte le tracce del disco, ma mi limito a segnalare quelle che secondo me rappresentano gli apici dell'album, ossia “Cast Down The Heretic”, “Sacrifice Unto Sebek”, “User-Maat-Ra”, ancora una volta introdotta da una parte di baglama saz da brivido, “Lashed To The Slave Stick” e la title-track. A livello strumentale, il lavoro dietro ai tamburi di George Kollias è sbalorditivo e di uno spessore tecnico e di una ricercatezza tali da annichilire molti dei suoi colleghi, mentre le chitarre, perennemente in bilico tra assalti furiosi e parti atmosferiche, generano una vera e propria tempesta di sabbia sonora, per cui l'ascoltatore non fa fatica ad immaginarsi in mezzo al deserto.
Le voci di Sanders e Toler Wade che si alternano dietro al microfono sono profonde e gutturali, come se fossere uscite da una catacomba. La produzione poi contribuisce in maniera fondamentale a rendere questo disco un capolavoro (non ho problemi a dirlo), puntando molto su un suono pieno e corposo delle chitarre, senza però tralasciare la sezione ritmica. Questo disco è indice della piena maturazione ed affermazione dei Nile nel panorama death/brutal e conferma quanto il gruppo sia un paio di gradini sopra la concorrenza, grazie ad una vena compositiva che sembra non esaurirsi, e ad un'evoluzione musicale non indifferente. Non è facile comporre brani brutal della durata di otto minuti senza stancare l'ascoltatore, ma i Nile ci riescono benissimo. Benvenuti nelle catacombe...





